LAURA, NEL GIRONE DI QUARTO

testo di Carlo Bancalari

"La stanza era al buio, illuminata malamente dal sole che filtrava dalle tapparelle. A fatica riuscivo a distinguere la giovane donna che avevo di fronte...Aveva gli occhi spenti, i capelli trasandati. I vestiti senza alcuna cura. Senza alcuna bellezza. Sembrava avesse paura. <Buongiorno>, "Buongiorno" la risposta. La voce, ecco la voce mi aveva colpito. Sapeva di limone, di frutta, della stessa frutta di quell'uomo che sul sagrato della chiesa di San Martino a Genova vendeva "fruta" (con la u chiusa alla genovese) quando a voce alta e roca voleva richiamare i passanti per vendere la sua merce...aveva molti figli, viveva in un forte sulle alture di San Martino.

Lei, con la stessa identica voce roca, era lì, davanti a me, nella stanza che il Comune le aveva trovato nell'albergo di Albaro, proprio sopra Boccadasse. Da giorni, chiusa. Non aveva mai, fino ad allora, avuto il desiderio di uscire, di vedere quello spicchio di mondo meraviglioso. Lei, con la testa, era ancora nella stanza dell'ospedale psichiatrico di Quarto dalle alte sbarre.

Non ricordo il suo nome. La chiamerò Laura.

<Come sta?>. <Bene>. <Non esce? E' una bella giornata, c'è gente per strada>.

<Ho paura>.. E racconta la sua vita, prima con timore poi come un fiume in pena dà via libera ai suoi fantasmi. Lei parla ma io non riesco a scrivere perché le pagine del mio taccuino sono bagnate dalle lacrime. Devo così affidarmi alla memoria.

Tanti figli in famiglia, così, per liberarsi di una bocca, lei è finita in manicomio da bambina. Ma non era mica sola. Ce n'erano altri nel suo padiglione. Figli di ragazze nubili che avrebbero gettato nella vergogna le famiglie delle madri. Così erano finiti lì dentro. Dietro le sbarre. In un mondo parallelo al nostro che lo psichiatra Franco Basaglia era riuscito a demolire con una legge che apriva così le porte dei manicomi. Laura non sa tutta la fatica che quel medico ha fatto per renderla libera. Non sa neppure perché è in quella stanza di albergo. Non capisce ancora perché l'hanno fatta uscire da quel posto dove aveva sempre vissuto e aveva visto schiudersi alla vita tanti altri innocenti. Anche lei ha fatto parte di quella schiera di figli di inconsapevoli madri sventurate? Non ne parla e io non ho coraggio. Lei c'era dentro quelle mura, i suoi occhi hanno visto e le sue orecchie hanno sentito. Visto l'orrore e sentito i pianti di tanti suoi compagni di odissea.

Da fuori noi guardavamo quella struttura dell'ospedale psichiatrico . Guardavamo i tetti rossi di tegole o grigi di ardesia delle case attorno, separate dal grande padiglione da un boschetto di alti pini.

Chi poteva immaginare la disperazione che c'era dentro. Che sbadati, forse anche indifferenti siamo stati. Adesso Laura mi fa sentire tutta la nostra colpa, raccontandomi il dolore che ha patito e l'inferno che ha vissuto. Sono state due ore di strazio. E quando il sole ha cominciato a non filtrare più tra le stecche delle tapparelle e attraverso quella giovane, che adesso so che si chiama Luisa, Maria, Franco, Luigi o Massimo o il nome di chi volete che è passato lì dentro, non mi trattengo, la abbraccio, Lei è intimidita dal mio gesto, poi quando vede i miei occhi bagnati dalle lacrime, anche lei si lascia andare. E il il mio dolore diventa il suo.

E' stato allora che l'ho vista tanto bella dentro. Ricordandomela cosi."

Ps l'amministratore del Blog commenta questo articolo di un cronista che sapeva guardare al mondo dei fragili con visibile umanità. Forse risalirà, questo incontro, agli anni Ottanta quando i degenti di Quarto e Cogoleto, a ridosso della chiusura dei reparti, sono o ritornati in famiglia (pochissimi) o ricollocati in residenze. Alcuni sono rimasti negli ex manicomi. A ottobre si è tenuto un convegno sul rapporto tra media e psichiatria. La pesante leggerezza con cui i giornalisti a volte trattano lo stigma, la malattia. Questa cronaca risalente a oltre 15 anni fa ci pone due riflessioni. La prima. Come e dove stanno oggi i pazienti psichiatrici. Forse dentro altri piccoli manicomi o invece in strutture piu consone? La seconda: quanto volte i media oggi parlano di questa condizione sociale se non in presenza di atti efferati, ragion per cui la follia diventa un pantano dove buttare dentro brutture, omicidi, attentati e via dicendo? Quanto tempo è passato da questo incontro che ha dato luogo ad una cronaca quasi intima ,certo sofferta, alla frettolosa informazione dei social e del web?

http://www.alfapp.it/index.php/it/

Ricordiamo che esistono associazioni che non perdono mai di vista queste persone e i loro cari come l'Alfapp associazione ligure famiglie pazienti psichiatrici che ha una sede aperta dal lunedi al venerdi in via Malta 3 a Genova, quindi una sorta di centro diurno, sollievo per malati che vivono in famiglia e per i loro parenti. Il volontariato è sempre una forte richiesta.

Abbiamo preso in prestito questa straordinaria fotografia dalla pagina facebook di Quarto Pianeta associazione che lavora sul futuro degli spazi ex manicomialI. E di cui parleremo, eccome....

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