ORFANO DI UN PADRE CHE C'E'

testo di Bruno Persano

E' la storia di Andrea, diciassette anni, arrivato in Italia su un barcone un paio d'anni fa. L'ho conosciuto al doposcuola di una parrocchia del centro storico di Genova. Alto come una pertica e ben piantato come un giocatore di rugby ma con il sorriso infantile di un bambino davanti alla sua prima bicicletta.

L'educatrice del doposcuola mi chiede se volevo aiutare Andrea a prendere la licenza di terza media. Aveva abbandonato l'Albania trascinato in Italia dal padre, ma questo non dovevano saperlo gli altri, le autorità. Il genitore aveva ordinato al figlio di raccontare di essere giunto sulla costa italiana da solo, il sistema più semplice ed efficace per fargli trovare un alloggio e un pasto gratuito. E un permesso di soggiorno che gli avrebbe concesso l'opportunità di rimanere in Italia ancora per anni. Sembra un paradosso, ma l'invenzione dell'abbandono, sembra quasi un gesto d'amore del padre: almeno suo figlio avrebbe avuto un vantaggio in più rispetto alla vita che gli avrebbe potuto offrire lui, lontano dalla misera dell'Albania povera in cui era cresciuto.

E così è stato: otto mesi è rimasto in albergo Andrea ma senza che nessuno gli insegnasse un mestiere, occupasse il suo tanto - troppo - tempo libero, che lo educasse alle regole della vita. Andrea vedeva il padre di nascosto perché per tutti, a cominciare dalla comunità di cui era ospite, era un "minore non accompagnato", ma sulla sua pagina Facebook non resisteva al desiderio di pubblicare le foto in cui appariva, con fare orgoglioso, accanto al padre per il quale nutriva allegra complicità nel disegno truffaldino di cui erano attori.

Iniziammo ad incontrarci tutti i giorni nella sala fredda di una parrocchia per ripassare matematica e geometria, risolvere i test Invalsi e, con un'altra volontaria, rispolverare antologia e grammatica italiana. Ce l'ha fatta Andrea: a giugno ha superato l'esame di terza media, ma non aveva ancora imparato a tradurre quell'obiettivo in un riscatto verso una vita diversa. Come se il diploma l'avesse preso per soddisfare la richiesta di altri, non per sé.

Ho lottato a lungo perché si convincesse ad imparare una professione che l'avrebbe reso indipendente. E quando sembrava avesse accettato i miei consigli, la burocrazia inizia a remargli contro. Gli assistenti sociali scoprono che suo padre non è in Albania come Andrea voleva far credere, ma abita a Genova, in periferia. Niente più comunità d'accoglienza per il presunto orfano; "deve vivere con il suo genitore". E non è problema dello Stato se il padre è in grado o no di mantenere il figlio, se è degno del ruolo genitoriale che ricopre, se il suo permesso di soggiorno scade di lì ad un mese e se quindi anche quello del figlio non potrà più essere rinnovato: Andrea deve cambiare ancora una volta domicilio.

Mi confida di voler diventare un cuoco da grande, ma senza permesso di soggiorno, l'istituto alberghiero di Sturla non lo iscrive. Inizia un'altra lotta difficile per trovare un'alternativa che rispetti il desiderio del ragazzo e lo allontani dal rischio di cattive compagnie in cui sarebbe incorso se fosse stato abbandonato a se stesso. Imploro la direzione dell'altro istituto alberghiero a Genova e questa volta la risposta è positiva: l'iscrizione è concessa. Andrea frequenta la scuola con regolarità, i suoi amici sono i compagni di classe, il suo tempo libero è diviso tra i compiti, i videogiochi e i primi innamoramenti, come qualsiasi altro ragazzino della sua età. Ce la farà.

Grazie Andrea: la tua storia mi ha aiutato quanto io ho aiutato te.

La fotografia è di Lucia D'Angelo

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