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UNA CUFFIETTA TAGLIATA IN DUE

 

testo di Donata Bonometti

Dentro un sacchetto di cotone c’è una  medaglia tagliata in due. Dentro una busta ingiallita una cuffietta bianca bordata di rosa, ma con il nastrino spezzato. In un astuccio un rosario cui è stato tolto il crocefisso. Piccolo mondo antico di immenso strazio, dove al linguaggio degli oggetti, a questo rituale della divisione, è affidato il racconto di un abbandono e la speranza di una ricongiunzione. Mezza immaginetta rimaneva nelle tasche della mamma, l’altra mezza veniva consegnata alla balia o al bretotrofio che prendeva in cura il bimbo. Stessa sorte per un paio di orecchini, per un foulard, per la pagina di un libro con San Gerolamo, per un anello, cosicchè, se un giorno lontano, le strade di madre e figlio si fossero, per incanto o per desiderio, riavvicinate ecco che queste povere cose diventavano testimonianze, prove. Un pegno di eterno legame fra persone poteva diventare uno strumento di riconoscimento. 

Quando una madre era costretta, per i piu diversi sventurati motivi, ad abbandonare il suo bambino spezzava un oggetto per potere mostrare la metà rimasta a lei nel caso di un ricongiungimento. Tutti questi oggetti a metà, simboli di cuori  infranti,  fanno parte dell’Archivio degli Esposti,  ritrovati nell’edificio della  ex Provincia a  Genova Quarto, dove sono state conservati  dentro casse di cartoni.  O sugli scaffali se si trattava di registri, documenti. Duecento anni di separazioni famigliari documentate, dal 1810 al 1976 epoca in cui l’istituto provinciale per la Protezione Assistenza e Infanzia (l'Ippai) ha concluso la sua attività. 

.Per anni da Genova, dalla Liguria, ma anche dal resto d’Italia e dall’estero, arrivano persone sulle tracce delle proprie origini.  Podestà Caterina, Casagrande Maria, Melegari Rosa, Roccatagliata Maria le donne sventurate nel Registro dei figli abbandonati . Stefano Boccola, Ariovisto Attilio, Glori Giacomo, i bambini. Nomi imposti, di fretta. Frutto di fantasia anche i cognomi. Risultano in un registro di battesimo del 1892. Di Stefano Boccola si legge “L’anno del Signore 1892 del mese di dicembre, dal sacerdote Agostino Tostelli fu battezzato il fanciullo di sesso maschile di genitori ignoti nato a Pontedecimo li 25, cui fu imposto il nome di Stefano e il cognome di Boccola. Fu madrina Chiara Andami d’ignoti” Chissà come è andata la vita di questo bambino arrivato sulla terra a Natale, ma non certo dentro un presepe.

L’Archivio conserva una quantità di oggetti, ma anche decine di libri dove  è annotato un mondo di bambini. L’ora della nascita. il giorno del battesimo, e poi il momento della consegna, dello stacco dalle braccia della madre. Queste giovani donne erano costrette a rinunciare ai figli perchè inseguite dalla miseria o dalla malattia, perché frutto del peccato, di una relazione extraconiugale, di uno stupro, come capitava alle servette di famiglie benestanti. Amori sbagliati e non accettati dalla famiglia. Vite rotte come il nastrino strappato della cuffietta di cotone bianco. Bambini con disabilità e quindi rifiutati.

Ginella nasce alle 9 di sera in un giorno illeggibile del 1823, basta un appunto a delineare un travagliato inizio. L’hanno adagiata nella ruota? Ce n’erano tante disseminate nella città, all’ospedale Pammatone ma anche in qualche istituto di suore, o di clausura, negli orfanatrofi di San Vincenzo, di via Redipuglia. E sempre nell’Archivio  era conservata la ruota che era posizionata proprio all’ingresso del complesso della Provincia. Le mamme affidavano a quel tamburo girevole i loro bambini con una bustina di tela al collo,  dentro la quale c’era l’altra metà del riscontro di un legame e una “cartula” con il nome della donna e del bambino.

 Leggiamo una lettera della fine dell’Ottocento. Scritta  con un lessico forbito e corretto. «Prego la necessità... perché mia madre è gravemente malata e mio padre è malato e non è accasato...” Fuori dal comune il tenore d’istruzione di chi scrive, soprattutto se di donna si tratta. Inizialmente sembra che parli in prima persona la bambina che sta per essere abbandonata. Poi il tono si fa più impersonale, forse i genitori le si sostituiscono in qualche modo,  e la storia diventa via via sempre più drammaticamente intima. «Per questo motivo si è obbligati a metterla qua... perché non abbiamo sostanza. Ma di conservare il suo nome ci teniamo perché abbiamo speranza di riprenderla». .

La povertà che premeva, in quel fine secolo, obbligava migliaia di liguri, di genovesi, a lasciare le proprie terre, le case senza pane, per cercare fortuna altrove. E forse qualche figlio, i più deboli, i più inadeguati ad affrontare un’odissea quale una traversata oceanica di settimane, venivano lasciati a balia. E dopo qualche mese in un orfanotrofio. Perché togliersi anche la speranza di ritrovarla una volta che la malasorte avesse mai preso il largo? O forse davvero la tisi che in quegli  anni falcidiava la popolazione (siamo nel 1894) impediva di immaginare a questa coppia di giovani (non sposati) un qualsivoglia futuro. “Il suo nome è Luigia Pinceti” conclude la missiva. È accompagnata da una medaglietta in latta con l’effigie della Madonna oramai assottigliata dal tempo. Luigia Pinceti forse ha attraversato il secolo scorso con una camminata sicura, insieme a marito e figli. Di questi due giovani sventurati che si erano amati,amandola, è rimasta una lettera ingiallita.

Che fine hanno fatto questi oggetti, sacchi di oggetti ricoverati nei fondi? C' è stata una bella mostra nei locali della Provincia di Genova, accoppiata ad un interessante convegno sul welfare, di ieri e di oggi. Anche in seguito ad una inchiesta del Secolo XIX corredata da straordinarie fotografie di Silvia Ambrosi. Quale quella che pubblichiamo qui sopra.

Speriamo ci sia stata una schedatura , una catalogazione di materiali scritti e di oggetti, che sono pezzi di storia pubblica e privata. La curatrice dell'Archivio degli Esposti era una funzionaria della Provincia, amministrazione pubblica in parte smantellata. A lei si deve l'aver potuto toccare, conoscere, questo piccolo mondo antico. E ora?

 

Il link che vi segnaliamo è una interessante articolo della storia dell'istituto ex Ippai a firma di Stefano Villa  direttore responsabile dell'agenzia di stampa dell'ex Provincia e poi della Città Metropolitana. Da poco in pensione.

http://notizie.cittametropolitana.genova.it/2011/04/bambini-esposti-in-provincia-mostra-storica-sugli-affetti-spezzati-e-convegno-sulle-politiche-per-linfanzia/

 

 

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