IL PAESE DEI BACHI DA SETA E ALTRE RARITA'

testo di Mario Muda

Ci sono storie comuni che sono la narrazione di una civiltà.

In genere sono storie di povertà e miseria, perché la fame antica è un po’ come la lingua che parli, il tuo dialetto. Lo declini, lo cambi, ma poi riaffiora e rivela da dove arrivi e come hai vissuto. Ci sono parole che passano di bocca in bocca, segnano epoche e travalicano confini, in questo modo scopri che quei racconti hanno fatto più passi di quanto credessi, hanno più tempo di quanto potessi immaginare, hanno scardinato più frontiere di quelle degli atlanti. E così, se in una giornata di fine maggio privilegi una festa a Cartosio, dove il Monferrato se la tira già un po’ da Langa per le colline larghe, può succedere che ti avviluppi, è il caso di dirlo, in una vicenda antica. Una foto, una parola, come un seme gettato, ed ecco spuntano sulle vie più improbabili di una distesa virtuale, come quella del web, mille messaggi a raccontarti che quella storia che credevi un gioco invece è vita vera, di quella che preferiresti non tirare fuori, perché anche se sembra diletto è pur sempre racconto di dolore, fatica, povertà e miseria. Che poi sono le vicende nostre poiché l’essere uomini non è solo sangue e pelle, ma anche e soprattutto, un carico d’affanni.

A Cartosio ho un amico, che fa il sindaco, come lo fanno da queste parti. Si chiama Mario Morena, indossa la fascia tricolore e l’abito buono nelle manifestazioni dove il Paese, nel senso di nazione, ancora conta, ma sovente diventa tuttofare quando serve una mano pratica, insomma c’è quando contano le istituzioni, c’è di più quando la macchina organizzativa ha bisogno di una spinta.

In un pomeriggio come questo, il mio amico sindaco, non va in giro con la fascia, ma prende le sedie e tira fuori le panche. Questa domenica di maggio mettevano una toppa a un appuntamento rituale che si chiama Fruttuosa, Primavera e Autunno perché l’edizione giusta di fine inverno era scivolata sotto un temporale che più che acqua era neve. Il mio amico reggeva il microfono a un esperto arrivato da Fossano per raccontare di bachi e seta. E quello spiegava con aneddoti, foto e mille particolari, il ciclo di vita e produzione di un verme vorace che nobilita la moda.

I ragazzini erano divertiti, gli altri affascinati, qualcuno aveva nostalgia, ma, come poi mi ha raccontato il sindaco, a molti queste immagini risvegliavano mostri annidati nel letargo degli anni, liberavano dolori cancellati dall’acquiescenza al consumismo e dal placebo benessere del quotidiano. La storia dei bachi da seta, in queste campagne è storia di fame, di grande solidarietà se si vuole, ma soprattutto di miseria. “Peccato sai – racconta Mario Morena – perché i bachi sono una cosa sorprendente e straordinaria, ne sono rimasto sorpreso e affascinato. La natura ti dà una dimostrazione straordinaria della propria imperscrutabilità, delle proprie risorse infinite. Una lezione affascinante e continua. Però molti, soprattutto i più anziani, hanno ricordato le fatiche dell’allevamento e la precarietà delle motivazioni. Dietro i bachi c’erano speranze, possibili riscatti, ma anche tanta fame”.

Mario Morena scopre i bachi inciampando in una maestra che da una decina d’anni, insegna ai propri alunni la via della seta: dai bachi ai filati. Un po’ per spiegare le risorse della natura, un po’ perché così, magari sottotraccia, passa ai ragazzini l’imprinting di una vita quotidiana di fatiche antiche che è sempre meglio tener presente. La maestra si chiama Tiziana Mo, insegna a Cisterna d’Asti. Lei gli regala le uova, lui le tiene in cantina, come si faceva una volta, e poi con l’aiuto della madre, la signora Giovanna, (che un po’ storce il naso perché quella via crucis dei bruchi l’aveva provata, ma un po’ è contenta perché così ancora una volta ha qualcosa da insegnare al figlio... ma è anche un modo per tornare bambina), Mario Morena incomincia a seguire la vita dei bachi.

“Nelle nostre campagne – racconta - i bachi erano una risorsa considerevole. I bozzoli si vendevano ai commercianti, che a loro volta li portavano alle filande, dove veniva ricavata la seta. I bozzoli si consegnavano a giugno, per i contadini erano i primi soldi dell’anno. Era un lavoro da donne e bambini, ma solo per il tempo e la dedizione che richiedeva, che qui la fatica non conosceva i distinguo dell’età e del genere”.

Le uova, a fine aprile-maggio, iniziano a schiudersi, rilasciando un piccolo verme, che viene deposto su un letto di foglie di gelso, delle quali si nutre, poi il verme crescendo non sta più nel proprio corpo, cambia pelle, diventa più grande e, quando è sui 9-10 centimetri, per una settimana, comincia a secernere un filo, chiamiamolo già seta, nel quale si avvolge gradualmente in un bozzolo, vistoso. Allora la famiglia si mobilita ancor di più, i vermi traslocano dai graticci per abbarbicarsi su rami di erica dove si possono avvinghiare, avvolgendosi nel loro mantello aristocratico. Beh, un chilometro e mezzo per ogni verme, centinaia di bozzoli, l’industria della seta, anche in Italia, nasce così.

Migliaia di contadini che per un mese riempivano di graticci fienili, stanze vuote, ma anche camere da letto. Perché più bozzoli, più soldi.

“Dovevano stare al caldo - racconta il sindaco – e quindi si privilegiavano i primi piani delle cascine. Era una fatica stargli dietro, nutrirli, accudirli. Tutta la famiglia era mobilitata. Da noi funzionava così intensamente che era diventata una professione anche commerciare in foglie di gelso”. E i gelsi sono diventati filari, sfondi delle strade, interi paesaggi. Arrivati dalla Cina, insieme alle uova dei bachi (la leggenda dice dentro un bastone da viaggio) hanno riempito nei secoli i confini dei campi, gli occhi, le nostre storie.

Il baco può diventare crisalide, poi farfalla, riprodursi e garantire altre uova. Oppure, subito prima, fermato da un bagno caldo, regalarti il bozzolo filato che diventerà seta. Donne esperte, riuscivano a dipanare la matassa in una “trattura”, lunghe torciture che diventavano tessuti, moda, ricchezza. Poi sono arrivati i prodotti industriali, c’era già meno bisogno di faticare, ma intanto le campagne si erano svuotate, e la storia dei bachi era rimasta, come le guerre e le malattie, nel vissuto doloroso dei vecchi, come già fatica e fame. Qualcuno l’aveva rimossa, ma non cancellata.

Poi è spuntato il sindaco (ma lui sostiene che il merito è tutto della maestra) che ha capito che queste cose fanno parte del nostro Dna e se non puoi combatterle ti ci devi alleare per far capire, spiegare, non dimenticare. Così ha coinvolto il paese in una nuova avventura mediatica perché adesso tutti ne parlano, tutti vogliono sapere dei bachi, vogliono farlo diventare un appuntamento fisso, un’occasione per altri inneschi di memoria e di cultura.

Perché, e qui bisogna dirlo, Cartosio è un posto tutto speciale. È quell’esempio vigoroso di provincia italiana dove vale la pena di vivere, la città grande, con tutto il bello e il brutto, se serve, è a un passo, ma qui ci sono le ore dei giorni che hanno un senso, la qualità del cibo e della vita, ma anche e soprattutto, il bar degli amici. L’inverno nevica intenso, la chiesa la notte di Natale è piena di gente, sembra una cartolina, ma è cosa viva. Un coro di gospel alla vigilia ha riempito le navate con suore vere ed era gioia genuina, mica trailer da film. Campagna certo, ma anche economia, idee, progetti. Turismo e campi, colture privilegiate. Gente che fatica, ma avanti con i tempi.

Gianluigi Giaminardi coltiva zafferano e fa l’apicoltore, ma soprattutto ama raccontare la vita delle arnie. E perciò ha messo la webcam nell’alveare perché gli studenti possano vedere come le api vivono la loro fatica. Dicono sia il primo al mondo, forse no, però non sono in molti. Gli costa tempo, tanto impegno, dedizione, ma sorride quando lo racconta. Qui il local-global è una prassi perché Cartosio è luogo di vino, piante e fiori, di commerci. Ha anche una notevole fortuna, in quanto queste colline sono state scelte come luogo di vita e d’elezione da Emanuela Rosa-Clot, che già nel nome ha una premonizione. Infatti, oltre a dirigere due portaerei della grande bellezza ambientale come “Bell’Italia” e “Bell’Europa”, da più tempo è responsabile di “Gardenia” che per noi, a cui il verde piace in tutti i modi, è un po’ bibbia e un po’ manuale delle giovani marmotte. Emanuela Rosa-Clot, per l'impegno nella diffusione della cultura del giardinaggio e dell'orticoltura, nel 2014 ha ricevuto il premio Giorgio Gallesio, istituito dal Comune di Finale Ligure e dal Circolo degli Inquieti di Savona e che è una specie di “nobel” destinato a personalità che si sono distinte nell'ambito naturalistico e botanico.. La direttrice quassù porta molto del suo sapere, ma anche delle sue amicizie e così, ciclicamente e in incontri pubblici, approdano esperti, tecnici, quei sacerdoti della biologia campestre che svelano e raccontano quello che i contadini annusavano un tempo e che per strada si è smarrito. Uno degli incontri che vale la pena di seguire, perché mai ne ho visti di uguali, è appunto Fruttuoso. Si schiera il Comune, la Pro Loco sfoggia le proprie artigliere gastronomiche e organizzative, gli incontri sono di livello universitario. Ma il vero fascino sta nel sottile smarrimento di ascoltare una “lectio magistralis” di Paolo Pejrone che parla di paesaggi mentre tu stai mangiando imperdibili frittelle alle mele. Qui minimizzano, ma nelle vie del borgo invece è un rifiorire di essenze, uno spuntare di produttori, una vetrina del mondo vegetale e contadino che ha, per la qualità e per l’inserimento nel territorio, rari uguali. Ho visto un produttore raccontare la storia, quasi la saga, di 140 tipi di mele, da quelle per profumare gli armadi a quelle per ingentilire il corredo di neonati e spose. Su lunghi banchi che riempivano i vicoli, distese su teli neri, centinaia di mele differenti, ognuna una meraviglia e lui, come un bardo citarne nomi, competenze, qualità, privilegi. Quindi, se capita di leggere Cartosio o Fruttuoso, buttateci un occhio, ne vale sempre la pena, in qualsiasi stagione, e se vi dicono che hanno fatto un innesto di “marroni” che è riuscito bene, molto probabilmente è stato il sindaco: lui si schernisce, ma i suoi amici raccontano che sia davvero bravo . Modestia e talento qui, in queste terre, oltre che virtù sono quasi un segno senza tempo, una specie di benevola carezza degli dei.

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