"SAN BENEDETTO NON SI TOCCA"

testo di Donata Bonometti

La Comunità non perderà la sua casa nè la sua identità. Due volte oggi lo ha dichiarato, davanti all'altare, il cardinale Angelo Bagnasco che ha celebrato, insieme ad altri dieci sacerdoti, i funerali di don Federico Rebora, il parroco di San Benedetto da cinquant'anni. La chiesa gremita, per abbracciare don Fede, ma anche forse per capire dalle parole del massimo esponente della chiesa genovese, che cosa sarebbe stato il destino di San Benedetto, privato prima da don Andrea Gallo, e quindi dall'anziano parroco. Perchè il timore di un sovvertimento, di uno svuotamento, aleggiava da quando don Rebora, molto malato, cominciava a spegnersi. Invece il cardinale Angelo Bagnasco, nel tratteggiare la figura di lui, ha definito la comunità "fedele" e quindi piu che degna di continuare il suo servizio. Nel segno dei due preti che l'hanno animata, e ora nelle mani affettuose e fraterne di don Gianni Grondona . Nella chiesa affollata un guardarsi l'un l'altro come dire: si continua, bene così. E quindi il congedo con il Fede è stato via via sempre piu lieve.

Ricordiamolo per l'ennesima volta: senza di lui la Comunità di San Benedetto che da decenni si apre ai fragili, ai poveri, agli immigrati dando loro il senso vero , immediato, dell'amore fraterno, non ci sarebbe stata. Perchè quando don Andrea Gallo nel 1970 fu sradicato per opera della Curia dalla parrocchia del Carmine don Federico Rebora fu l'unico fra i numerosi parroci genovesi che non disse no. In un video che la Comunità di San Benedetto pubblica su facebook è ripreso lui, il Fede, che racconta con discrezione, che era poi la sua cifra, quell'enorme gesto di coraggio. Facile a dirsi ma aprire la porta a un prete cosi non era roba di tutti. Del Fede sì. Il Fede apre. E nel video che oggi gira in rete lo racconta anche un po restio ..."La cosa è andata semplicemente come tra noi succede, piuttosto ha creato qualche problema perchè veniva con la nomea del buttato fuori, qualcuno della parrocchia ha avuto difficoltà ma io ho proposto loro di assecondare il mio desiderio...."

Eccolo qua, c'è tutto Don Federico, 91 anni compiuti poche settimane fa, parroco da 50 anni della chiesa di San Benedetto. Se ne è andato dopo alcuni giorni di ricovero nell'hospice di Bolzaneto della Gigi Ghirotti, sempre vegliato da Lilliana Zaccarelli, la Lilli il braccio destro al femminile di don Andrea Gallo mentre don Fede era l'omologo maschile, e da don Grondona che ha affiancato per volere della Curia l'anziano parroco. Che non ha mai pensato neppure lontanamente di andare in pensione, di ricoverarsi in qualche istituto dedicato ai religiosi anziani. Don Fede ha chiesto espressamente, dal momento in cui don Gallo non c'era piu, di volere concludere la sua lunga vita in comunità tra i ragazzi, aprendo le porte di uno studiolo che sembrava un bugigattolo e che pure ha raccolto tante lacrime quante sollecitazioni a vivere, tra i genitori dei ragazzi che non ci sono piu, cenando attorno al tavolone della cucina del primo piano dove la Lilli sa dare il meglio del suo dna emiliano, dicendo messa ogni giorno finche ce l'ha fatta nella chiesa che era dei Principi Doria eppure sempre e solo degli Ultimi.

Scrive il giovane amico Tomaso Giani, a breve sacerdote "In silenzio il Fede ha condiviso la mensa e l'unico bagno con una infinità di vite. Non ha mai giudicato nessuno, non ha mai fatto sentire a disagio nessuno sopportando senza fare una piega anche i peggiori colpi di testa...ha condiviso tragedie, gioie, fallimenti, resurrezioni di chi gli viveva accanto...sempre fermo nei suoi propositi, determinato, cocciuto, sognatore, saldo come una roccia. Il Fede c'è sempre stato, per le pie donne come per l'ultimo dei tossici. Il Fede era innamorato di tutti"

E lo ricorda quando di mattina presto don Federico tornava a Campenave (dove a suo tempo aveva seguito una comunità di disabili perchè la sua vita di sacerdote è stata molto intensa) a fare il contadino, fino a che negli ultimi anni la vista non lo ha piu retto. In un pezzo di campagna fatta a scale eccolo che guida il trattore, vanga, semina, raccoglie i frutti da portare in comunità,cammina con gli stivaloni nel fango. Quasi una metafora per lui che se serviva allestiva un letto di emergenza per chi bussava smarrito, impaurito. Quando l'emergenza era la quotidianità.

Oggi la comunità non ha più il suo parroco ma si va avanti lo stesso con le testimonianze e le volontà che "quei due" hanno lasciato, comunità comunque viva della Lilli, di don Grondona, di Megu, dei ragazzi che entrano ed escono dal portoncino verde della canonica e a volte trovano rifugio per giorni o per mesi finchè ce la fanno a camminare di nuovo da soli. Degli ex che da lì non riescono a stare distanti come si va e viene dalla casa dei genitori quando si è diventati genitori noi stessi, dei numerosi figli cresciuti in città, una cerchia di amici molto ampia e solida. Sempre molto attenta alle sorti di "sanbe". Don Federico è stato sepolto nel cimitero di Campomorone.

Nella fotografia la vignetta-omaggio di Vauro, grande amico della Comunità,

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