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DIRITTO ALL'ELEGANZA PER DONNE SPECIALI

 

testo di Annalisa Rimassa

 La ragazza ha i tratti delicatamente infantili della sindrome di Down. Eppure, con comprensibile soddisfazione, sfoggia una borsa di marca costosa e per pochi. Nello stesso scenario, una coetanea costretta sulla sedia a rotelle indossa un abito invidiabile per colori e fattura. Sono belle quelle donne. Si fanno beffe delle forme imperfette e procedono sulla via dell’uguaglianza con una marcia in più: il sentirsi a posto. Perché negarsi questo piacere? Perché l’effimero trendy non può atterrare in un forte messaggio sociale che rifiuta l’esclusione, anche nella moda, dei disabili?

È la provocazione a cui ha risposto l’istituto Duchessa di Galliera, in viale Aspromonte, aderente al progetto nazionale “Diritto all’“eleganza”: «Ben quaranta allieve - dichiara Paolo Gozzi il direttore di Fulgis la fondazione in cui rientra la scuola - che frequentano il corso “Artigianato, made in Italy”, lavorano assieme all’Unione italiana lotta alla distrofia muscolare Genova onlus per progettare e confezionare outfit per donne con disabilità motoria». Ma, ecco la vera inclusione, perché la moda non diventi troppo speciale e sbiadisca il senso del progetto, i modelli sono adatti anche a donne normodotate.

La cosiddetta “adaptive fashion”, modelli per persone dalle esigenze speciali, ha già conquistato stilisti quali Tommy Hilfinger che da anni realizza collezioni per bambini e ragazzi, (usa.tommy.com/en/tommy-adaptive). Nonostante i tessuti siano morbidi e delicati o le chiusure più semplici, lo stile non è un nuovo confine tra chi ha un corpo sofferente e chi no: «Infatti, i nostri modelli - spiega Lidia Mattiazzi, docente di Disegno - sono certo adattati agli impacci ma possono essere indossati da qualsiasi persona».

Non a caso, Mattiazzi parla di “persone” e non di “donne disabili” a sottolineare la filosofia del progetto. Portato avanti insieme alla coordinatrice Elisabetta Marongiu, “Diritto all’eleganza” si svolge durante l’orario scolastico: divise in due gruppi, le studentesse sarte per quattro volte incontrano le modelle inviate da Uildm.

Sono queste ultime a scegliere colori e tessuti. «Le tinte sono blu come il mare, il nostro tema - specifica Mattiazzi - e le tinte selezionate, l’azzurro e il giallo». A primavera, gli outfit evocanti il mar Ligure arriveranno alla passerella nazionale: a indicare al pianeta a tratti impietoso della moda, che l’essere attraente poco ha che fare con la cosiddetta normalità.

Non è un caso se, quale eroina dei nostri tempi, i giovani spesso indicano Bebe Vio l’atleta che porta i segni di una malattia con tale disinvoltura da renderli insignificanti. La sua lotta di pensiero ha convinto anche le allieve del Duchessa riprendendo una vocazione cara all’istituto genovese. Qui, nelle aule di viale Aspromonte, l’abilità di Nicoletta Cuzzupé docente che da anni insegna moda quale valore sociale, ha dato alle giovani sarte ispirazioni in più. Ne sono risultati abiti curati ma possibili a grasse, magre, stangone o Veneri tascabili.

Dai laboratori del Duchessa, sono già usciti, negli anni scorsi, modelli per “curvy”, l’eufemismo per corpi abbondanti, per signore d’età o mamme frettolose.E ora: «Il nostro istituto è una delle sei scuole italiane su territorio nazionale coinvolte nel progetto, che si concluderà con una sfilata e con la premiazione del primo classificato», sottolinea il direttore Gozzi.

Nel frattempo, la Fondazione Fulgis sta promuovendo con l’Unione italiana lotta alla distrofia muscolare una convenzione per attivare percorsi di alternanza scuola lavoro per tutti i corsi. L’idea è quella di dare continuità a un impegno che è sia formativo che solidale.

L'articolo è uscito su Il Secolo XIX e la foto di un gruppo di allieve e allievi del Duchessa è tratta dalla pagina facebook della scuuola

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'articolo è stato pubblicato su Il Secolo XIX

 

 

 

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