LA PRIMULA ROSSA CHE SALVO' LA GENOVA EBREA


testo di Stefano Villa

Non ha paura del vento, anzi ne sfrutta le correnti con l’idrovolante per saltare la diga foranea di Genova. E meno che mai avrà paura delle SS e della Gestapo. Massimo Teglio “primula rossa” degli ebrei sfuggito più volte alla cattura, Imprenditore nell’antica ditta di famiglia che in darsena commercia stoccafisso, baccalà, aringhe e altro pesce importato dalla Cornovaglia, è anche un pilota provetto dell’Aero Club genovese. Ha molti amici negli ambienti più diversi, compreso Italo Balbo, con cui vola più volte. Un giorno Balbo arrivato a Genova con il suo idrovolante, si legge nel volume Genova e la Shoah di Mario Enrico Macciò, vuole “abbracciare l’amico e salutare con affetto la famiglia” di fronte alla folla. Quando Teglio con un po’ d’imbarazzo gli ricorda che lui è ebreo Balbo, nel 1938 “uno dei più fermi avversari di Mussolini per la legge antiebraica” risponde calmo “l’ho fatto apposta”. Le leggi razziali prima espellono dalle scuole tutti i bambini ebrei e gli adulti da ogni impiego pubblico e da moltissime professioni, poi con i dati delle loro odiose schedature dopo l’8 settembre 1943 spalancano alla ferocia nazifascista gli abissi della Shoah anche in Italia.

E’ allora che Massimo Teglio inizia la sua opera con la DelAsEm, l’organizzazione ebraica di soccorso, per salvare dalle deportazioni e dagli stermini il maggior numero possibile di persone.

“L’avvocato Lelio Vittorio Valobra che guidava la DelAsEm è costretto dalle persecuzioni antiebraiche a cercare rifugio in Svizzera – racconta Letizia Teglio, nipote di Massimo - e lasciando Genova chiede a mio zio di occuparsi della DelAsEm con monsignor Repetto”. L’organizzazione ha dovuto chiudere la sede in piazza della Vittoria, trasferendo gli archivi in Curia dove le attività continuano, sostenute dal cardinale Pietro Boetto e dal suo segretario monsignor Francesco Repetto, entrambi poi fra i Giusti delle Nazioni dello Yad Vashem di Gerusalemme con molti altri sacerdoti e prelati come monsignor Cicali. Teglio nasconde la sorella Margherita, il cognato Achille Valobra e i loro due bambini da un amico cattolico a Montecatini, poi quando la cittadina toscana non è più sicura cerca di avvisare loro e altri amici di allontanarsi, ma è tardi: ai primi di novembre SS e repubblichini li catturano con altri cinquanta ebrei. Massimo Teglio, sfuggito all’arresto dopo la retata alla Sinagoga genovese, non ha più notizie di Margherita, del cognato e dei nipotini. In ansia cerca aiuto in arcivescovado, lo trova, nasce un’amicizia forte e profonda con monsignor Repetto, e insieme guidano la catena di solidarietà per salvare ebrei dalle deportazioni e dagli stermini. E’ don Repetto ad accompagnare la piccola Nicoletta, figlia di Teglio rimasto vedovo all’istituto delle suore del Sacro Cuore a Quarto dove resta al sicuro con altre bambine sino alla Liberazione.

Sulla testa di Massimo Teglio c’è una taglia altissima, ma lui “unendo forza, coraggio e fortuna” dice la nipote Letizia continua a girare per Genova con occhiali e baffi, finti come i documenti. Glieli procura un amico, con i dati di una persona che corrisponde per età e corporatura, un lavoratore del porto con tutti i permessi per circolare. Così Massimo Teglio, sostituendo una fotografia diventa Giobatta Triberti ed è abilissimo fulcro della rete che permette a tanti ebrei di fuggire o di sostentarsi nella clandestinità. Produce per loro documenti falsi, ne aiuta le fughe, cerca rifugi per nasconderli e trova carte annonarie per nutrirli. Per prudenza dissemina in case sempre diverse gli strumenti per fabbricare i documenti. Falsi, ma autenticati da timbri verissimi. Perché a regolarizzarli c’è persino il marchio a secco, impresso con il punzone della Questura, grazie alla collaborazione del commissario di polizia Sbezzi, vecchio amico di Teglio all’Aeroclub che dirige l’ufficio passaporti e anche altri funzionari e commissari della Questura come Broccardi-Salmezzi, Mollo, Figurati aiutano la DelAsEm.

A fare lo stesso in Prefettura c’è un alto funzionario, Claudio Lastrina, sino a quando non viene scoperto e arrestato dalle SS e non tornerà mai dalla deportazione. Teglio si procura carte intestate di parrocchie e di Comuni nell’Italia del Sud, in zone già liberate dagli Alleati e quindi non controllabili dai tedeschi, per i certificati di nascita e i documenti d’identità e li completa con i timbri dell’incisore e tipografo Valtolina. Persino il futuro cardinale di Bologna Giacomo Lercaro, ricercato dai nazifascisti, riceve un nuovo documento d’identità che Teglio consegna al prelato genovese insieme a un certificato di battesimo perfetto, ma della Chiesa di Santa Maria della Neve, a Napoli. La DelAsEm nasconde ebrei in case private, strutture religiose e diversi trovano rifugio, con la collaborazione dei professori Cartagenova e Catterina e altri medici, nel lebbrosario e nei reparti ospedalieri per le malattie infettive dove Gestapo ed SS non osano entrare. Teglio e la Curia aiutano anche a espatriare centinaia di perseguitati ebrei, con l’aiuto degli avvocati Cuomo e Medina. Sono loro a mettere in contatto “la primula rossa” genovese con una facoltosa cliente proprietaria di una tenuta nel comasco, sul confine italo-svizzero. Periodicamente la signora e una cameriera vengono a Genova e poi ripartono separatamente da stazioni diverse, ognuna con tre o quattro persone affidate loro da Teglio. Tutte con due documenti, uno falso per viaggiare in Italia e un altro vero che alla frontiera elvetica ne certifica invece l’origine ebraica e la necessità di asilo. Per ottenere questi ultimi documenti Teglio ricorre a un altro amico, Leo Biaggi de Blays, rappresentante della Croce Rossa in Italia e figlio del console svizzero a Genova. Con la passione del volo la “primula rossa” ha sfidato tante volte il vento e con la scelta coraggiosa di salvare uomini e donne perseguitati ha poi continuato a sfidare i nazifascisti, sino alla Liberazione.

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