LA CULTURA CHE NAVIGA SUL BARCONE DI UN GENOVESE IN AMAZZONIA


testo di Oliviero Pluviano

Ho terminato un mese intero in Amazzonia a bordo del Gaia, la mia gaiola, un barcone di legno a due ponti, pieno di amache, tipico di questi fiumi. Abbiamo portato a conoscere il cinema alle comunità del Rio Paru, in una zona sperduta ai confini fra Pará e Amapá, e abbiamo presentato per la prima volta l'Opera ai ribeirinhos del Rio Arapiuns, affluente del Tapajós, con due tenori italiani doc, provenienti da Modena, terra di Luciano Pavarotti. Con questa barca in questi anni abbiamo portato nei villaggi piu sperduti la cultura sotto forma di cinema, teatro, marionette e opera lirica.

Ero molto contento e il pilota dell'aereo che mi riportava da Santarém a San Paolo, mi ha offerto quello che sembrava un magnifico regalo finale. Dal finestrino sulla destra, ho potuto vedere, in una fantastica luce del tramonto, le spiagge del Tapajós che più amo: Maria José, Arariá, Taparí,… Il pilota ha proseguito a bassa quota, con i motori al minimo, fino a virare sulla Serra da Piroca, mostrando da vicino la punta del Cururú ed esibendo la perla dei Caraibi amazzonici, il paese di Alter do Chão, col suo promontorio di sabbia punteggiato di capanne di paglia che, col riverbero del sole, sembravano incandescenti. Mai avevo visto uno spettacolo così bello nei 15 anni che bazzico in questo paradiso sconosciuto ai più.

Ma subito dopo, a meno di un chilometro da Alter do Chão, li ho visti: inaspettati, impensabili, beffardi, con i colori grigi ed ocra a sommergere il verde vivo della foresta, squadrati, monotoni, senza vegetazione. Campi immensi di soja. In un anno si sono estesi all'infinito, hanno eroso centinaia di migliaia di ettari. Come i tentacoli di una piovra mostruosa stanno distruggendo tutte le selve attorno al Tapajós. È terra bruciata alla destra e alla sinistra della trans-amazzonica Cuiabá-Santarém, appena asfaltata. Per decine e decine di chilometri. Potevo fare delle foto sconvolgenti, fissare nelle immagini quello che vi sto dicendo, ma sono rimasto a bocca aperta, stupefatto, intontito, : non me l'aspettavo. Sono amico di un frate di 92 anni, Ettore Turrini, che ha trascorso una vita inarrivabile a difendere i poveri e gli alberi dell'Acre. Ecco: lui avrebbe pianto!!! Io sono soltanto rimasto imbambolato: davanti ai miei occhi scorreva la fine dell'Amazzonia!

Qualche giorno prima i due tenori hanno cantato nella chiesa di Alter do Chão l'Ave Maria di Schubert e un Panis Angelicus. Il pubblico che gremiva i banchi mai avevano sentito delle voci impostate intonare quelle arie sacre con tanta poesia e tanta potenza. Faceva un caldo cane. Ci siamo rifugiati tutti nella piazzetta a berci una birra ma, mentre passavamo fra i tavoli dei ristorantini gremiti di persone, della gente alticcia ci ha ricevuti col grido di "Viva Bolsonaro, Bolsonaro, Bolsonaro…". Un amico argentino, che ha lì un boteco (baretto), ci ha spiegato che erano dei sojeros, personaggi venuti recentemente dal sud, che non avevano rispetto per nulla e per nessuno. Come il presidente sono discendenti di "veneti" risaliti dal Rio Grande do Sul in cerca di terre da coltivare, prima nel Mato Grosso ed ora, impunemente, nell'Amazzonia. Su quell'aereo improvvisamente ho capito chi sono e cosa stia succedendo!

Non ho mai visto tante imbarcazioni di grande tonnellaggio e tante zatterone gigantesche, sospinte da rimorchiatori d'alto mare, come ora davanti a Santarém, dove l'acqua chiara del Rio delle Amazzoni si mischia con quella scura del Tapajós. Il terminal della Cargill va a tutto vapore per riempire di soja, giorno e notte, una miriade di navi da carico provenienti dagli Stati Uniti, dalla Cina, dall'Europa. Il terminal era nato 16 anni fa per caricare la soja che scendeva con barconi lungo il Rio Madeira, da Porto Velho e dallo stato di Rondonia, allora il più martirizzato dell'Amazzonia. Ma era logico che il terminal avrebbe fatto arrivare, in breve tempo, le coltivazioni fino al Rio delle Amazzoni ed oltre: quanto più vicine le piantagioni a Santarém tanto più economico il trasporto. Con il vuoto di governo di un presidente inesistente e succube degli Usa, il gigante americano delle granaglie, senza più nessun controllo, fa ora a gara con l'Alcoa (il gigante americano dell'alluminio, presente con miniere di bauxite a Jurutí, a tre ore di navigazione da Santarém) a chi attenta di più contro il polmone verde del mondo, con via libera ai sojeros (coltivatori di soja), grileiros (falsificatori di documenti per impadronirsi di proprietà altrui o del governo), madeireiros (tagliatori illegali di legname), garimpeiros (cercatori d'oro e di metalli) e a coloro che provocano incendi… Un’apocalisse!

Al Tapajós è rimasta una striscia di foresta primaria come sottile facciata. Uguale ai film western di un tempo: un'apparenza di saloon con niente dietro. Non mi criticate se vi confesso che, a questo punto, non ho più speranze: noi uomini siamo la specie maledetta! Tra gli indios ci sono delle persone illuminate, come la cacique della comunità indigena di Lago da Praia, Ligiane, che ci ha offerto un rituale dell'etnia jarakí in nheengatu (lingua aborigena dell'Amazzonia) alla luce del crepuscolo, sulla spiaggia incantata dell'Arapiuns. In mezzo al fumo sacro che fuoriusciva da un paiolo di coccio, rivolgeva al dio Tupã preghiere accorate per salvare la foresta dalla devastazione e per impedire l'alienazione della sua gente. Ma le sue disperate parole contro l'avidità dei potenti non intaccavano le menti dei più giovani, che giravano in cerchio, con le coccarde in testa, ma ridendo. Abbiamo visto bambini con in mano cellulari di ultima generazione in un posto dove non c'è nessuna copertura per i telefonini e forse mai ci sarà: pura emulazione, foto, giochetti elettronici…

A Cauatuea, sul Rio Paru, villaggio formato da 15 misere case di legno su palafitte, collegate da una passerella traballante, dal lunedì al venerdì il megafono comunitario spande dall'alba al tramonto canzoni e discorsi evangelici. È un lava-cervello operato da quelle chiese che sono state, assieme alle fake-news di Steve Bannon su Whatsapp e Facebook, le grandi responsabili per l'elezione di Bolsonaro. Poi, improvvisamente, il sabato e la domenica, si passa come se niente fosse dal sacro al profano: tutto il giorno martella, con l'elettricità di una batteria, il funk più monocorde e brega (volgare) che esista, inneggiante per esempio alla perereca (in portoghese la ranocchia, ma anche l'organo sessuale femminile) che scappa via e non si lascia prendere da nessuno.

L'idea di portare in Amazzonia col Gaia la cultura sotto forma di cinema, teatro, marionette e opera lirica, non sembra avere più ragione di esistere. Il progetto è stato battezzato Fitzcarraldo, dal film del 1981 di Werner Herzog. Quella leggendaria pellicola inizia con una frase indigena che io non posso che condividere appieno, alla luce dell'agghiacciante rovina che sta impadronendosi di questa sconfinata e meravigliosa regione: "Certi indios chiamano l'Amazzonia col termine "Cayahuari Yacu": la terra dove Dio non ha terminato la creazione. Credono fermamente che, solo quando l'uomo sarà estinto, Dio tornerà per finire il suo lavoro”.

Oliviero Pluviano è un giornalista genovese che molti anni fa ha scelto l'Amazzonia come sua terra d'elezione dedicandosi a questa straordinaria mission culturale. Questo suo intenso reportage sulla tragedia dell'Amazzonia è stato pubblicato su Il SecoloXIX

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