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ARTE, MORTE, EROISMO NELLA VITA DI "RIDARELLA"

 

testo di Stefano Villa

Nascosta in camicia da notte in una cascina isolata per sfuggire alla caccia dei nazifascisti. Nel 1943 Enrica Canepa, figlia di Marzo, partigiano dalla grandezza mitica, ha solo dodici anni, ma sa già bene come comportarsi di fronte al pericolo. La notte del 25 dicembre lei e sua madre Maria sono a letto quando sentono urla e colpi violenti alla porta: tedeschi, brigate nere e carabinieri hanno circondato la casa di Castello, frazione di Favale di Malvaro sulle montagne, sperando di sorprendere il commissario politico della Cichero, Marzo appunto, ossia Giovanni Battista Canepa, in visita alla moglie e alla figlia.

 Quella notte lui non c’è e allora i nazifascisti pensano di mettere le mani sulla sua famiglia. I loro camion però sono lontani, a quella casa si arriva solo con ore di mulattiera. Maria lo sa bene, dice “sono molto malata, non posso camminare, chiamate il mio dottore e ve lo confermerà”. Non l’ascoltano, anzi l’afferrano per le spalle e per le gambe perché è troppo importante catturare quella donna e quella bambina. Maria si dibatte inutilmente, allora Enrica si getta sulla mamma, gridando e piangendo. I fascisti a quel punto si fermano e scendono con i tedeschi a cercare il medico, lasciando Maria ed Enrica con quattro carabinieri. A loro la donna e la bambina dicono di volersi stendere un po’ sul letto. La stanza è separata dal fienile solo da una parete di assi  e cominciano a tirarne giù per passare dall’altra parte. Ci riescono e scappano. Amici contadini poi le soccorrono e le accompagnano in una cascina in mezzo ai boschi. Ben poco confortevole perché piena di ricci e foglie di castagno per le lettiere delle mucche, ma almeno sicura.

Il giorno dopo Marzo, avvisato della fuga della moglie e della figlia, manda a prenderle un giovane fidatissimo, il partigiano Severino che le guida al campo della Cichero. Maria poi resta con Marzo, Enrica invece viene protetta in case di contadini e spostata tante volte per sicurezza. Vito Spiotta, capo delle brigate nere di Chiavari, infatti, continua a cercarla. Inutilmente. I nazifascisti catturano invece e uccidono il 21 maggio 1944 dopo feroci torture il partigiano Severino (Raimondo Saverino). Per ricordarne il valore e la memoria prende il suo nome la Brigata Volante Severino che continua a combattere sino alla Liberazione.

Enrica intreccia l’intensità dei ricordi personali a quella di drammatiche pagine del ‘900 conservando il sorriso e la vivacità dell’ironia che l’accompagnano da tutta la vita. “Papà per questo, già da piccolissima mi chiamava Ridarella” dice continuando a raccontare un’esistenza davvero straordinaria, come la sua casa genovese piena di opere d’arte del marito scomparso, lo scultore, pittore e ceramista Stefano D’Amico e di altri artisti, come l’indimenticabile amico Lele Luzzati, di fotografie, documenti e lettere. Il padre di Enrica  ha conosciuto anche Picasso, Chagall, Matisse, Jeanne Modigliani figlia di Amedeo e tanti altri a Parigi. Il partigiano in Francia è arrivato per guarire con cure specialistiche la gamba ferita il 12 marzo 1937 nella battaglia di Guadalajara della guerra civile spagnola, combattendo nelle brigate internazionali antifasciste contro i nazionalisti di Francisco Franco. Proprio in ricordo di quel drammatico evento Giovanni Battista Canepa prenderà nella Resistenza il nome di Marzo. Anche Enrica e Maria lo raggiungono in Francia, attraversando d’inverno sotto la neve il confine svizzero. “Papà si riuniva con molti artisti ed esponenti antifascisti e in quelle sere ho conosciuto anche un’altra bambina, Amelia Rosselli, la figlia di Carlo”.

Enrica negli anni ‘50 diventa amica anche di Jeanne Modigliani che “con le figlie veniva spesso d’estate a trovare mio padre e mia madre a Chiavari” e il suo cuore non dimentica Jeanne dalla “profonda tristezza esistenziale”.

Durante la Resistenza, nascosta fra i contadini, Enrica cresce in fretta e libera. Dopo la guerra il padre, corrispondente per L’Unità a Belgrado, la porta anche a un pranzo con il Maresciallo Tito e i ministri del suo governo. Ne conosce tanti perché sono stati compagni di lotta in Spagna. E con il papà giornalista, che nel 1924 scriveva per Il Lavoro, è su una decappottabile anche al primo Giro d’Italia dopo la Liberazione che Marzo segue per L’Unità. Ricordi fra mille, impossibile riportarli tutti, di Enrica Canepa. Figlia di un grande antifascista, ferito e decorato al Valor Militare nella Prima Guerra Mondiale, che respira la passione per la giustizia sociale, l’avversione per le guerre e lo sfruttamento degli operai e dei contadini dalla voce e dal cuore di un capitano degli alpini, come lui prigioniero degli austriaci in Boemia. Passa anni in carcere e al confino, prima a Lipari e poi a Ponza. Qui frequenta molto Sandro Pertini e Lelio Basso e conosce la figlia del farmacista dell’isola, Maria Vitiello. Si innamorano e si sposano nella primavera del 1931. A ottobre nasce Enrica e nel 1932 tornano in Liguria.

Poi altre repressioni, arresti, la guerra di Spagna, Madrid, Parigi, due volte incarcerato in Francia nella seconda Guerra Mondiale, la libertà riconquistata l’8 settembre e poi la Resistenza in Italia. A Cichero, sui monti della Fontanabuona organizza con Aldo Gastaldi “Bisagno” e Giovanni Serbandini “Bini” i primi nuclei partigiani della futura divisione garibaldina Cichero. Enrica dice “ho avuto una vita abbastanza bella” e non perde il sorriso...che è contagioso, proprio da Ridarella, titolo anche dello spettacolo scritto e ideato da Ivano Malcotti con la direzione artistica di Valeria Stagno per raccontare e interpretare con il teatro di cittadinanza del Gruppo Città di Genova il grande partigiano Marzo, sua nonna Rusinin, volitiva, intelligente e sfrenatamente ambiziosa e la figlia Enrica che insieme ai valori e ai sentimenti della sua famiglia mantiene vive memorie e pagine cruciali della nostra storia.  L'opera teatrale è stata presentata nelle settimane scorse a Bogliasco e verrà riproposta nelle vicinanze del 25 aprile

 

 

 

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