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CACCIA AL TESORO DEL RETABLO

 

testo di Donata Bonometti

Il Cristo è seduto sulla croce. Riflette. Ha una gamba accavallata, alle sue spalle i ladroni sono seminudi con gli occhi bendati, fisici atletici, facce da osteria. La Madonna, in un angolo, ha un lungo velo monacale e le forme prosperose e vicino a lei la soldataglia fa le beffe, mostra la lingua. Brutti ceffi che sembrano insidiare una castellana. C’è il maniscalco che prepara la croce con uno strano aggeggio, forse un avvitatore, e c’è il personaggio con il turbante orientale, fascinoso, elegante, e ancora il guerriero con elmo e cotta, cavalli e palafrenieri, scrivani con penna e cartiglio, iene e leoni. Si è mai vista una Passione così? Grottesca e nelle stesso tempo fantastica? Una folla composta da trentasei personaggi che si muove sotto un gigantesco baldacchino, un’architettura che sembra l’interno di una sontuosa chiesa gotica tutta pinnacoli e vetrate. E che forse rappresenta il Paradiso. Insomma un set cinematografico.

Si è mai vista una Passione così? No, non in Italia. Una simile è conservata in un museo del Belgio, firmata da tal Jan Borman artista olandese del 1490. A Bruxelles e a Testana d’Avegno, nell’entroterra di Recco.

E' il retablo di Santa Margherita

Non si è mai vista e la si vede in poche occasioni. Bisogna intercettare il parroco che dice messa la mattina della domenica, che si intrattiene nel borgo fino a mezzogiorno e poi ci si immagina scappa in un altro paese della valle perchè è un sacerdote  “pluriparrocchie”. Bisogna puntare sulla disponibilità degli abitanti che sono numerosi, quasi mille, molti ancora al lavoro a Genova, molti anziani. Un paese che si amplia, che costruisce villette, ristruttura cascine, con le fasce di ulivi ancora ben curate. Un paese che si ama. Così davanti alla chiesa di Santa Margherita che ospita il retablo c’è un circolo che apre nel pomeriggio e qualcuno ha la chiave. Quando a suo tempo abbiamo saputo del retablo e ci siamo recati fin lassu ad Avegno l'assessore alla cultura del comune di Avegno aveva interrotto il pranzo domenicale  arrivando di corsa: «Vengono dei pulmann ogni tanto, dalla Lombardia, dal Piemonte, dal resto d’Italia. I liguri? Forse il retablo lo conoscono poco». Il suo commento.

E' passato appunto qualche tempo dalla mia  personale scoperta del retablo ma penso che tutto sia rimasto come era. Cioe il retablo resta una caccia al tesoro. Quando riesci a entrare, nella penombra della chiesa, nel primo altare sulla sinistra, poco illuminato e coperto da un vetro che non è antiriflesso, ti viene comunque incontro uno spettacolo sfavillante di una umanità varia. Un viaggio attraverso la Passione, con personaggi in primo piano, indaffarati come in un mercato orientale, e via via in una lettura ad andamento circolare, nei piani successivi paesaggi urbani e turriti (Gerusalemme?), la morte e la deposizione del Cristo, la Resurrezione.

Perchè sia lì è un altro mistero. Non c’è un documento d’archivio che sia riuscito a dissolverlo. Solo uno scritto del 1749 dove si annota la presenza dell’opera d’arte. Che però risale alla fine del 1400 ed è lì, a Testana, forse da allora. Solo ipotesi: una famiglia nobile che lo ha donato alla chiesa, ma non c’è traccia del lascito. Un mercante del Nord che trasportava l’opera d’arte verso la costa attraverso la via del sale che scorre nei pressi del borgo e per insondabili motivi l’ha abbandonata lì. Si sa che tra le Fiandre e Genova alla fine del 1400 c’era un fitto scambio commerciale, tra l’altro la Superba aveva il monopolio dell’allume, indispensabile per l’industria tessile fiamminga. Nelle fiere di Bruges e Anversa avvenivano baratti di merci e di oggetti artistici come appunto poteva essere questo retablo. Che, non portando il “marchio”, però fa supporre che non fosse una delle opere in serie che allora si producevano nelle Fiandre, ma che sia stato commissionato ad hoc. Ma da chi?

Anche l’ipotesi che l’autore del retablo, molto simile a quello di Testana, conservato nel museo di Bruxelles, fosse lo stesso, vale a dire Jan Borman, è decaduto da tempo. Dal dopoguerra gli storici studiano il retablo in occasione anche dei due interventi di restauro prima per opera di Martino Oberto e poi di Nino Silvestri. Hanno scritto saggi fra gli altri Carlo Ragghianti, Giovanna Rotondi Terminiello, Gian Luca Zanelli. Ma se non era per Santo Varni scultore genovese, operante soprattutto a Staglieno, che nel 1869 lo vede nella chiesa di Testana e ne parla, quanto tempo sarebbe ancora passato prima di poterlo leggere e ammirare?

Dopo quattro secoli si “entra” nel retablo. Solo nel 1952 viene riprodotto in un catalogo sull’Antica Arte Lignea in Liguria, ma non viene esposto per il divieto dei parrocchiani. Oggi se non ci fossero loro, il retablo tornerebbe nella penombra dei secoli. Tipico esempio di ambizione e orgoglio della propria terra da parte di chi la abita. Una buona pratica, anzi ottima. Ma andrebbe affiancata. Dalle istituzioni preposte per esempio.

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