CREUSE, UN AMORE IN SALITA


testo di Donata Bonometti

Creuse .Ce le abbiamo solo noi. Un sistema viario dal mare alla pianura. Di pietre disposte a suggerir cammino. Strade di pietre che dalla costa salivano fino ai monti per scollinare e continuare. Negli anni questo che è un vero e proprio patrimonio, perchè unico, ha perso la sua originale struttura, le strade hanno tagliato e interrotto i percorsi in salita ed è giusto che il mondo cammini anche su due o quattro ruote. Quello che è risultata operazione scandalosa è stata negli anni una manutenzione delle creuse senza alcun rispetto delle pietre e dei mattoni che le disegnavano. Giù con colate d'asfalto laddove si aprivano buche o fratture del sedimento. Con degli effetti inguardabili. Peccato. Le creuse sono ancora molto frequentate e usate dai genovesi, ci incontri squadre di gatti che ti accompagnano sornioni, spesso delimitate da muraglioni dove scendono come lunghe capigliature le foglie e i fiori del cappero, la gente le risale magari un po affaticata ma soddisfatta per un po di sano moto in un ambiente bucolico, silenzioso e ovviamente pedonale.

Il periodo della chiusura da covid ha accresciuto lo stato di disordine e di trascuratezza, la parietaria la fa da padrona, verde incolto ovunque. Parlando di creuse non posso non ricordare Tiziano Mannoni, l’archeologo e docente universitario morto oltre dieci anni fa a Genova. È stato l’esponente più importante dello studio della cultura materiale e dell’archeologia del prodotto, instancabile scandaglio del territorio, ligure soprattutto, considerato da lui il più «grande accumulatore di azioni e trasformazioni dell’umanità». Tiziano Mannoni, presidente onorario dell’Istituto di Studi liguri e della Società degli archeologi medievisti italiani, portavoce dell’Iscum, Istituto della cultura materiale, mi intratteneva spesso sulla storia delle crêuze, o creuse, raccontando «il pregio di un sistema viario unico in Europa e forse, per la sua ampiezza e la sua complessità, unico al mondo». Si soffermava sul dettaglio dei «risseu, ciottoli allungati perpendicolari all’asse stradale per evitare l’erosione e molto adatti alla salita dei muli, mentre la pista in mattoni era costruita per il pedone che allora aveva calzari con suole molto sottili».

Non risparmiava dure critiche per il degrado di un simile manufatto. Per Mannoni il ciottolo oblungo, «perché è quello che l’acqua non scalza, prelevato dalle spiagge e non dalla pianura», era il particolare che fa la differenza. Dunque cultura materiale. Connessa con la cultura artistica e quindi esistenziale. La storia dei rapporti fra l’uomo e gli innumerevoli oggetti da lui prodotti. Le pietre di cui è fatta la culla di una civiltà. Le pietre come traccia per tutelarla: Mannoni, insieme a Ennio Poleggi e Andrea Buti, aveva mappato 2.300 corpi di edifici, lavoro non realizzato da altri in Italia, perché tutte le caratteristiche venissero riversate su un data-base a disposizione di chi ristrutturava o interveniva nel centro storico. Lavoro mai completato dal Comune e quindi perduto.

Era il fondatore del Metodo dell’archeologia globale, la multidisciplinarità nello studio dei modelli di insediamento. Portava spesso l’esempio dello studio di una strada preindustriale ligure e ne elencava gli strumenti di indagine: «gli aspetti geografici, quelli geomorfologici, i problemi climatici e quelli politici, storici e amministrativi come le ostilità i pedaggi e le dogane, i mezzi di trasporto usati, i carri piuttosto che i cavalli o i muli... insomma l’archeologo perlustra passo passo la superficie del territorio e tutto ciò che su di esso è ancora costruito. Registra tutte le informazioni fisiche parlate e scritte, fa fare le opportune prospezioni e quando ne ha tratto un quadro generale abbastanza attendibile decide il minimo di scavi necessari per completare la storia oggettiva di quel territorio». Questo spirito Mannoni lo ha portato ovunque, soprattutto nella sua Liguria, per lui mai esplorata abbastanza: lo conosceva Ventimiglia, dove aveva studiato il “corpo” delle sue facciate verticali, lo aveva premiato la Val D’Aveto, con la cittadinanza onoraria per lo studio di riqualificazione dei borghi, scavi e scoperte nello spezzino, in Lunigiana, nel finalese. Una delle sue ultime battaglie è stata la sopravvivenza dell’uliveto murato di via Romana della Castagna a Genova.

Chi volesse conoscere il lavoro dell'Iscum, l'istituto che ha sede a Genova In piazza di Sarzano 35 rosso e che si occupa della Storia della Cultura materiale, può utilizzare il sito iscum.it leggendo gli ultimi interessantissimi articoli per esempio sul legno, le tecniche manuali di lavorazione e produzione e il sapere empirico nell'Oltregiogo o sul patrimonio delle strade storiche, avvicinando argomenti che riguardano l'archeologia del nostro territorio. Che ci riguardano.

Delle creuse si è occupata spesso Italia Nostra sezione di Genova (piazza delle Fontane Marose 6) ed è un manuale imprescindibile il libro di una socia di Italia Nostra, Corinna Praga, che si intitola "Andar per creuse". Vi troverete anche le diverse spiegazioni del termine. O dal celtico croesus , buon sangue, per il lastricato centrale di mattoni rossi, o dal latino crosus, scavato.

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