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L'ALBICOCCA, STAR DELLA NUOVA AGRICOLTURA

 

testo di Donata Bonometti

Quiliano è un posto strano. In Liguria persino sfacciato. Dall’alto sembrano due mani aperte a coppa e dentro solo alberi e coltivazioni. In mezzo un fiume dall’alveo fuori scala, lento quasi sempre, e nei diluvi invernali feroce e con il suo carico di danni. Ha dato il nome al borgo che adesso aspira a diventare città importante per via dei traffici, del ruolo dei suoi amministratori che si muovono con
accortezza nelle gestione del territorio, ma soprattutto per una scelta filosofica di risalto della qualità.   Qualità nei prodotti che produce: miele, formaggi, verdure, ma soprattutto olio e vino. Il Granaccia, come un talentuoso cadetto di famiglia nobile, ha scalato tutte le gerarchie dei vini e in Liguria adesso viene guardato con rispetto per il blasone conquistato. In un insediamento intoccabile per via delle vestigia che la terra ricopre, si sta creando una sorta di Università delle specie perdute, un laboratorio delle verdure dai sapori antichi, dell’agricoltura preziosa, buona e pulita su cui garantisce il presidio Slow Food che vigila, anche fisicamente, l’area del progetto.
Qui, in San Pietro di Carpignano che in antico e in dialetto veniva chiamato San Pé di coi (San Pietro dei cavoli e tutto torna), l’amministrazione comunale ha attivato un progetto di studio, recupero e valorizzazione sui campi che circondano la chiesa preromanica e coprono i resti di una mansio romana che una volta gestiva il traffico dalla via consolare Aurelia diretta verso il trofeo di Augusto a La Turbie oppure verso l’antica Dethona (Tortona). 
Facendo qualche salto in avanti nella storia, citiamo Chabrol de Volcic , che prima fu prefetto a Savona e poi Napoleone stesso lo volle a Parigi dove rimase inossidabile e stimato attraverso tutti i regimi per oltre 30 anni. Ebbene l 'ingegnere Gilbert Chabrol de Volcic voleva costruire una serie di chiuse per un canale che dal mar ligure convogliasse i traffici fino al Po. Mentre progettava, si racconta che amasse lo spuntino con le albicocche della zona. Gli piacevano tanto. E grazie a lui si trova la traccia più antica di una presenza della coltivazione di albicocchi di qualità superiore nell’area da cui proviene il toponimo “Valleggia” ed è tratta dall’opera “Statistica del Dipartimento di Montenotte”, redatta dal Prefetto napoleonico ed edita nell’anno 1824.
“La valleggina” prende nome da una frazione di Quiliano e qui si trova a 5 euro al chilo (o poco più) e a Genova, qualcuno, pur di poterla assaggiare la paga il triplo.Apprezzata per la polpa dolce e leggermente aromatica, per la resistenza ai trasporti e alle manipolazioni anche se con un cultivar meno produttivo delle altre specie, vanta ottime caratteristiche organolettiche . Chef i piu rinomati la declinano per creme lussuriose.  Besio che è un’azienda di nicchia che cura prodotti liguri ed è un settore di riferimento per la conservazione: ha indetto con Slow Food il concorso per una marmellata che ogni anno viene  venduta in barattoli numerati.

 Una volta si arrivavano a produrre tonnellate di frutti ad ogni raccolto. La produzione è appesa alle variabili capricciose del meteo: dall’acqua che deve essere il giusto (o poca o tanta è una
rovina), al vento, all’umido, al sole, ai parassiti, richiede un impegno costante per tutto l’anno e il
raccolto dura un mese, da metà giugno alleprime settimane di luglio. Ma se si fa riferimento al passato, le leggende non si stemperano. Anzi. Si parla di raccolti favolosi, di come tutto il paese si prodigasse nella raccolta e nella confezione, di camion cosi carichi da
sbandare in curva, di cataste di cassette che arrivano al terzo piano
tanto che la gente si affacciasse dai balconi per mangiarle. Miti a parte, di certo ci sono i riscontri di mercati usuali in provincia e in regione capaci di accogliere tutta la produzione, come
quelli del Nord Italia, persino in Svizzera e in Germania. Un raccolto senza problemi di smercio. “L’albicocca di Valleggia – ha detto un produttore- è moneta sonante: alla mattina è sull’albero e la sera dentro il portafoglio”.
Tutto questo fino a quando nuove sirene economiche, affascinarono produttori, amministratori e politici: i primi abbandonarono i campi e gli altri costruirono falsi orizzonti, gli albicoccheti vennero smantellati o andarono in disuso. Sparirono distese vastissime per costruire una centrale termoelettrica oppure per ospitare un mercato dell’Ortofrutta, una gigantesca tomba che
ha sepolto i campi e ora risuona di vuoti occupazionali e produttivi e in più è gestita da Savona e non da Quiliano.
L’albicocco ha rappresentato, fin dai primi anni ’80, la più significativa risorsa per l’agricoltura di Quiliano ed era, dopo il pesco, la più importante specie frutticola coltivata in Liguria con una
produzione concentrata nella Riviera di Ponente, in particolare nella zona che si estende tra Albisola ed Alassio. La “valleggina” che è una sorta di regina bionda, è la metafora di una provincia, quella di Savona, che si è buttata nell’industria e ora,tradita dai traffici,dalle ripercussioni ambientali si sta guardando intorno con uno sguardo strabico. Un po’ occhieggia la costa e a un certo entroterra per affascinare turisti da tuffo o da camminata e un po’ sbircia l’agricoltura che oltre alle perfezioni stilistiche dell’albenganese per asparagi, carciofi e le altre verdure e il basilico di Celle, ha nell’albicocca una talentuosa e inattaccabile comprimaria. Con più coltivazioni il mercato potrebbe diventare vasto, ricchissimo e senza problemi. 
Si diceva,richiestissima, ma oggi rara. .
Ed è per questo che il sindaco di Quiliano Nicola Isetta, riparte da San Pietro di Carpignano per creare un laboratorio del verde destinato a valorizzare e a migliorare i prodotti tipici, rilancia i percorsi fra torrenti e cascate che muovono migliaia di persone a camminare in alternativa alla spiaggia in mezzo ai boschi, all’aria buona. E punta alla qualità. (Nella foto ecco la zona di Valleggia ripresa dal drone di Matteo Bonello e sul sito www.quilianonline.it potete approfondire il dolce argomento...)
Si censiscono aree da destinare ai giovani che si avvicinano all’agricoltura, si punta ad aiutare chi già coltiva, a incentivare e finanziare la ricerca e la cura della pianta. Per farlo lavora a stretto
contatto con tecnici, studiosi, imprenditori. E l’albicocca sembra diventata un po’ la stella polare, il modo nuovo di intendere l’economia di Quiliano. Non per nulla mentre faceva quadrato attorno a questo progetto l’Amministrazione è riuscita a convincere aziende e imprenditori a investire sulle aree di recupero dell’ex Centrale e il primo insediamento è un polo per lo studio dei sistemi per auto elettriche e non inquinanti, polo commerciale, ma anche di ricerca verso un metodo adeguato ai
tempi per lo studio della qualità ambientale e dell’uso intelligente e
del rispetto del territorio.

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