L' ANNO DEL NUOVO DECAMERONE


testo di Gianni Avallone

Ci si stanca della pietà, quando la pietà è inutile. (Camus: La peste) Ci ha trovato completamente impreparati, come se le tante pandemie, anche recenti, che l’umanità ha affrontato fossero state dimenticate. E lo sono state. Sembrava che il corona virus potesse essere solo circoscritto al Wunhan, il cui popolo mangiava la carne dei pipistrelli. Noi che i pipistrelli ci procurano la paura di infilarsi nei capelli ne diffidiamo e mai avremmo pensato di mangiare la sua carne. Che potesse diffondersi come la ”peste nera”, che nella metà del Trecento aveva colpito l’Europa e aveva causato un numero impressionante di morti, era assente nella nostra memoria. Si avverava quanto scriveva il Petrarca che visse in quel periodo: “"O felice posterità, che non proverai un dolore così abissale e considererai la nostra testimonianza come una favola." E non riuscivamo a dare contenuto al dolore che sicuramente sembrava più una brutta storia che una favola la situazione cinese, che comunque era tanto, troppo lontano da noi. Poi ci siamo accorti che la Cina è più vicina di quanto potessimo pensare e improvvisamente ci siamo ritrovati a lottare contro la pandemia che si è diffusa rapidamente, senza lasciare il tempo di capire, organizzarci, ricordando cosa era avvenuto in passato, per affrontarla. E, in mancanza di terapie possibili si è fatto ricorso a un precetto che s’impose nel medioevo: “Cito, longe, tarde” che in italiano suona così: “presto, fuggi lontano e torna tardi.” Così fece Boccaccio che si isolò in una villa toscana (qui sopra riportiamo una tela di un pittore inglese che lo immortala) per superare la pandemia, la stessa cosa l’hanno fatto parecchi, riscoprendo: da una parte il beneficio della campagna e dall’altra allontanandosi dai punti caldi dove il contatto poteva essere letale. Ma come ricorderemo davvero quest'evento senza precedenti nella nostra vita? Rifacendoci magari al poeta Petrarca che visse nel periodo della peste nera: “questa piaga” è un evento “senza uguali in tutti i secoli”. In questo Petrarca sbagliava perché la malattia è sempre presente nella storia dell’umanità. Le pandemie non sono altro che la conseguenza dell’organizzazione sociale dell’uomo e della crescita della popolazione mondiale, costituenti le condizione per la diffusione del contagio. Qualsiasi sia il virus che causa delle afflizioni, da un punto di vista sociale qualsiasi pandemia, a parte la quantità di morti che produce, crea nella società un vuoto, e trasmette agli umani un senso di precarietà, di incertezza, di dolore per la quantità di morti che produce, di paura di incertezza per notizie contraddittorie che circolano. Boccaccio con la sua osservazione sembra far riferimento a quando sta accadendo oggi: “Ciò che dava ancora più forza a questa piaga era che si trasmetteva dai malati ai sani, allo stesso modo del fuoco quando ci si avvicina a una grande quantità di materia secca o unta.” Per superare lo stress della segregazione e per cercare di fare qualsiasi cosa che mi permettesse di utilizzare il tempo in maniera utile, ho cercato di ricordare le pandemie passate e le notizie sui loro sviluppi. Mi sono venuti in mente l’HIV, le diverse influenze e in particolare la spagnola, il vaiolo che fra l’altro decimò la popolazione sud americana, e, nell’alto medioevo, la peste nera. Quest’ultima è stata veramente una tragedia. Petrarca nelle sue poesie e nelle sue lettere agli amici manifesta paure, ansie, dolore per gli amici scomparsi. La peste nera apparve in Europa nel 1346 e, come il Covid19, si diffuse su tutto il continente, con più lentezza perché più lenti i rapporti fra la gente..Giunse sulle coste italiane nella primavera del 1348 e rapidamente si diffuse in tutta Europa. Un tipo di infermità sconosciuta e tutti furono disorientati e in preda al panico soprattutto perché dall’apparizione dei sintomi la morte interveniva dopo pochi giorni. “Nessun consiglio medico, nessuna medicina potrebbe guarire o alleviare questa malattia. Un numero enorme di uomini e donne ignoranti istituito come medici oltre a coloro che sono stati addestrati. La malattia era tale che nessun trattamento era possibile o i medici erano così ignoranti che non sapevano cosa l’ha causata, e di conseguenza non potevano somministrare il rimedio adeguato” (Boccaccio) Le ricadute psicologiche di una pandemia emergono da una lettera che Petrarca scrisse al fratello Gherardo, unico sopravvissuto dei trentacinque monaci presenti nella certosa Valsainte in Montreux, da solo in compagnia di un cane, a sorvegliare la Certosa: “Mio fratello! Mio fratello! Mio fratello! (Un nuovo inizio per una lettera, sebbene gia usata da Cicerone). Ahimè mio amato fratello, cosa devo dire? Come devo iniziare? Dove mi devo rivolgere? Da ogni parte c'è dolore; ovunque c'è paura. Fratello mio avrei voluto non essere mai nato almeno essere morto prima di questi tempi. Come crederanno i posteri che c'è stato un tempo in cui senza i lampi del cielo o i fuochi della terra senza guerre o altri massacri visibili, non questa o quella parte della terra, ma quasi tutto il globo è rimasto senza abitanti? Quanto mai una cosa del genere è stata udita o vista; in quale annali si è mai letto che le case furono lasciate libere, le città deserte, le campagne trascurate, i campi troppo piccoli per i morti e una solitudine spaventosa e universale su tutta la terra?... Oh persone felici del futuro che non hanno conosciuto queste miserie e forse classificherà hanno la nostra testimonianza con le favole.”_ È un grido disperato, pieno di genuina angoscia e quasi incredulo. E nell’epistola “Ad se ipsum” cerca invano una risposta ai tanti interrogativi: “Oh cosa mi è successo? Dove sono i destini violenti che mi spingono indietro? Vedo passare, in volo precipitoso, il tempo che fa del mondo un luogo fugace. Ho sempre intorno a me folle morenti di giovani e vecchi, e da nessuna parte c'è un rifugio. Nessun paradiso chiama in nessuna parte del globo, né si può vedere alcuna speranza di ardente salvezza. Ovunque volga i miei occhi spaventati, il loro sguardo è turbato da continui funerali: le chiese gemono ingombre di bisbetiche e, senza ultimo rispetto, i cadaveri dei Nobili e dei popolani giacciono confusi l'uno accanto all'altro.”

In questi giorni a Genova si tengono incontri con storici artisti attori ed esperti sul tema della peste nella storia dell'uomo. I "Dialoghi del Teatro Pubblico Ligure" su progetto di Sergio Maifredi si tengono fino alla metà di ottobre in vari palazzi della citta e gli incontri sono a ingresso gratuito. I prossimi. Sabato 26 settembre ore 16, giovedi 1 ottobre ore 16 ambedue a Palazzo Reale e giovedi 15 ottobre ore 17 a Palazzo San Giorgio. A raccontare di peste attraverso Boccaccio Manzoni Camus fino ai giorni nostri Ascanio Celestini Davide Riondino Corrado d'Elia Chiara Salvucci e altri

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