SEGRETI,STORIE E FUTURO DEL PREBUGGIUN...ON LINE


testo di Paolo Costa

Il prebuggiun non è altro che un misto di erbe selvatiche. Sono piante infestanti, quindi crescono anche a Brignole o in piazza della Vittoria, in pieno centro di Genova. Ma vanno selezionate con cura. In realtà si trovano un po’ ovunque, in tutta Italia. Chiaramente ci sono delle differenze, anche nei nomi. Dalla Toscana in giù le chiamano cicorie. Quello che è peculiare della Liguria è il particolare sapore che noi sappiamo ricreare attraverso la precisa selezione di alcune erbe. Sapendo riconoscere quella che aggiunge la nota amarognola e o quella piccante. E cosi via.

Poi a seconda della stagione, del luogo e dei gusti si possono ottenere prebuggiun diversi. Sul tema ecco un' intervista a Lella Canepa, che da 15 anni ha fondato l' Associazione Culturale Erbando e organizza gite e incontri aperti a tutti in cui insegna a riconoscere le erbe per comporre il prebuggiun. Ribadisce essere la sua una conoscenza puramente empirica e non scientifica o molecolare. Ci vuole occhio, insomma, per ottenere un giusto mix, un buon prebuggiun? Beh, sì. Non è una cosa che un giorno decidi di fare il prebuggiun, vai sul Monte Fasce, prendi due o tre erbette ed è fatta. Parliamo di un mix di venti-trenta erbe che vanno selezionate con cura, sapendo cosa si sta raccogliendo. È un po’ come andare per funghi. Io un tempo cercavo persone appassionate con cui andare a raccogliere le erbe per fare il prebuggiun e mi guardavano strano. Adesso, anche grazie all’impennata dei seguaci di dieta vegetariana o vegana, mi pagano per essere accompagnati ed aiutati. Come le è nata questa passione per il prebuggiun? È una storia di famiglia. Sin da bambina seguivo e aiutavo mia madre nella raccolta delle erbe. A un certo punto, però, mi resi conto che stava invecchiando e che se andavo da sola a cercarle non ci sarei riuscita. Così mi sono fatta insegnare da lei a riconoscerle. Non è stato facile. Mia madre, che aveva imparato a sua volta da mia nonna, aveva una conoscenza basata sull’esperienza. Lei sapeva che l’erba tal dei tali era quella giusta, ma non sapeva perché. Con pazienza però ho imparato Nel 2017 poi mia mamma morì. Mio figlio, a cui ho sempre trasmesso queste conoscenze e che voleva aiutarmi in un momento difficile, mi mise sotto il naso un computer e mi disse “Adesso scrivi, perché anche tu un giorno morirai”. Sembra una frase un po’ cruda ma, adesso, attraverso il mio blog (lellacanepa.com/blog), riesco a tramandare tradizioni di famiglia e non solo, che purtroppo si stanno perdendo.

Tutto sta cambiando molto velocemente e il rischio di perdere antichi costumi e usi è molto concreto. Lei come ci si ritrova? Io vengo da Chiavari, lavoravo in un negozio che vendeva pezzi per officine meccaniche. Poi 40 anni fa mi sono stufata. Non riuscivo più a vivere in città dove tutto era frenetico. Così ho scelto di abitare nell’entroterra, sopra Varese Ligure. Qui riesco a fare una vita più ritirata e non riesco a capire com’è possibile che tutto questo si stia perdendo. Oggi a nessun giovane salterebbe in testa di venire a stare in un posto come questo. Nemmeno in vacanza. Con 25 euro vai dall’altra parte d’Europa, chi te lo fa fare di venire qua? Eppure siamo vicini alle Cinque Terre… Non crede ci sia un futuro per l'entroterra, quella ligure in particolare? Negli anni ‘70 e ‘80 sembrava che questi posti potessero diventare mete turistiche. Prima arrivarono gli inglesi, interessati ad avere casa qua per visitare la Toscana. Poi fu la volta dei milanesi. Ma per vari motivi non ha funzionato. Ci resta la terra, ma mi chiedo chi se ne prenderà cura. Gli unici che possono farlo sono i migranti. Alla fine, la vita da contadini è di chi è povero, si vuole sacrificare e nutre speranza. I liguri, un popolo di contadini e non di marinai come pensano tutti, hanno abbandonato la terra. Così la natura ora prende il sopravvento e ci dà erbe molto più resistenti e difficili da raccogliere. Non pensa che la pandemia possa aver rimescolato un po’ le carte in tavola? Lo speravo. Pensavo che stando tutti chiusi in casa sarebbe stata rivalutata una vita all’aria aperta e più ritirata. Invece mi accorgo che non è cosi. Io sto in un paese di poche anime. Durante il lockdown sono stata tre mesi senza comprare cibo perché il supermercato più vicino è a 17 km. Mi facevo dare solo un po’ di farina dal mio amico che ha il mulino e qualche uova dall’altro vicino. Poi io avevo le mie verdure e la mia frutta. Quando mio figlio dopo tre mesi mi ha portato il pollo e lo abbiamo messo in forno mi sono venute le lacrime agli occhi per la gioia! Comunque mi sembra che finito il lockdown tutti siamo tornati alla vita di prima.... Io qua continuo a fare cio che facevo prima. Per esempio? Per esempio, io pastorizzo il cibo per conservarlo. Nessuno ha più una cantina per tenere al fresco il cibo o per creare prodotti come la prescinsêua. Ma senza un ambiente umido non ce la fai. Io faccio anche la farina di ortica che dura 2 o 3 anni. Sono lavori duri, ma è proprio questo che dà un senso alla vita. Gli elettrodomestici hanno liberato noi donne, ma adesso non sappiamo più dare un certo valore alle cose. Tornando a parlare di prebuggiun, adesso sta per iniziare la stagione giusta per la raccolta... La primavera è ovviamente il periodo migliore. Poi diventa troppo caldo e secco. Io porto la mia conoscenza anche nelle scuole dove racconto delle ricette-favola. Con il prebuggiun si farciscono i pansoti, le torte di verdura e anche la cima, come cantava De Andrè. Mai e poi mai si dovrebbero usare gli spinaci! Tutt’al più delle bietole, soprattutto per la torta.....


Questo articolo è stato pubblicato su wall:out magazine e preso in prestito da pienidigiorni. Del magazine, creato e redatto solo da giovani e giovanissimi, e seguito oramai con passione dai follower, ha parlato anche questo blog circa un mese fa. L'immagine di copertina è di Martina Spanu



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