VIOLA E LE ALTRE, CHE SPEZZANO LE CATENE DELLA TRATTA


testo di Stefano Villa

Le stoffe prendono la forma di gonne, abiti o camicette e il lavoro con ago e filo aiuta un gruppo di donne anche a ritrovare fiducia e voce per rimarginare ferite talmente profonde da congelare ogni parola su ciò che è loro accaduto. “Aprirsi non significa solo raccontarsi, ma superare le barriere per ritrovare la possibilità di vivere e dare forma a un linguaggio che possa sostenere e far sentire vicine altre vittime della tratta” dice Santa Bellomia che coordina per Agorà le iniziative nel progetto transnazionale europeo ANDREIA di cui il Consorzio sociale genovese è capofila.

La prevenzione del retrafficking (perché i racket tentano sempre di far tornare in loro potere le vittime che sono riuscite a liberarsi) e lo sviluppo di percorsi personalizzati per l’emancipazione delle persone coinvolte sono gli obiettivi del progetto, finanziato dai fondi AMIF del Dipartimento Affari Interni della UE.

La tratta, vera forma di schiavitù che sfrutta le persone per scopi sessuali o nel lavoro, oltre ad accanirsi sui corpi con brutalità disumana imprigiona anche le menti. “Le vittime raccontano le loro sofferenze con le cicatrici molto profonde ed estese dei loro corpi ma anche ad esempio con l’estrema rigidità e chiusura che possono mostrare verso gli operatori, maschi come i loro aguzzini” dice Bellomia. Non sono però rassegnate, lo testimonia “la straordinaria energia nel cercare ogni possibilità di riprendere a vivere. Nello strazio dei naufragi tante donne hanno perduto familiari o amiche che nel loro cuore diventano sorelle e chi riesce ad andare avanti vive quel lutto anche come la bandiera della consapevolezza di portare in sé tutte le altre che non ce l’hanno fatta”.

I laboratori di sartoria di Agorà - concluso il primo a metà dello scorso luglio sta per iniziare il prossimo, con otto donne partecipanti – sono organizzati per sostenere le vittime verso l’emancipazione e contrastare il rischio che possano ricadere nelle mani dei racket. Oltre ai laboratori ci sono corsi di italiano, sulla sicurezza sul lavoro, corsi HACCP per la sicurezza degli alimenti, focus group sui servizi pubblici ai cittadini. Le partecipanti vengono contattate nei Centri di accoglienza straordinaria (CAS) della Prefettura, coinvolgendo tutta la rete regionale e i circuiti contro la tratta e con il passa parola verso amiche o conoscenti.

In Africa negli ultimi quindici anni i racket schiavisti si sono spostati dalle città alle zone rurali dove attirano ragazze con le false promesse di una vita migliore, lontana. Sono altre donne a contattarle, offrendo di anticipare i soldi per il viaggio che poi le giovani, una volta ‘sistemate’ dovranno restituire. “In tante continuano ad abboccare perché quasi nessuna racconta che cosa accade davvero, la vergogna è troppa e in Nigeria, Costa d’Avorio e altri Paesi le connivenze fra strutture istituzionali e reti criminali purtroppo sono fortissime”.

Liberarsi da queste reti è difficile e faticoso, ma possibile. Viola, nome di fantasia per proteggerne l’identità, c’è riuscita anche se ha dovuto soffrire tormenti inimmaginabili e forse incancellabili. Sin da ragazzina subisce abusi e cerca di fuggire da una famiglia che non la protegge, inseguendo il desiderio di una vita diversa. Le donne legate al racket l’attirano e la convincono a partire. Nel deserto, ormai troppo tardi per tornare indietro, subisce altre violenze e la brutalità degli abusi è il prezzo per ogni tappa di quel terribile viaggio. Resta prigioniera in un luogo sperduto del Niger, non lontano dal confine libico, un inferno che ripete i suoi orrori per anni. Quando la spostano in Libia le violenze contro di lei si moltiplicano ancora. Nemmeno quando Viola arriva in Italia i racket le danno tregua e continuano a sfruttarla. Il suo calvario prima di riuscire a sottrarsi ai criminali dura altri anni, costellati anche di finti amici e finti fidanzati che cercano di approfittarsi di lei.

Un tunnel devastante dal quale Viola però vuole uscire: riesce a trovare un lavoro, paga il prezzo del suo riscatto ai racket e lascia l’ultimo pseudo fidanzato profittatore per cambiare del tutto vita. Con l’aiuto di altre donne e di alcuni operatori trova per la prima volta le parole per raccontare. Dall’inizio dei suoi tormenti sono passati quasi vent’anni. Ora ha un impiego regolare nella cura delle persone, cucina benissimo e ha fatto esperienza anche nel taglio dei capelli da un coiffeur. “Si prende cura degli altri con gioia – dice Santa Bellomia – senza più dimenticare la cura di sé”. Viola ha un compagno che la ama davvero e si è avvicinato a lei, molto cauta, con grande delicatezza e sensibilità. Vorrebbero dei figli però lei deve prima ricominciare a considerare suo il proprio corpo, a liberarsi dai fantasmi degli orrori subiti che sin dalla pubertà l’hanno costretta ad associare il sesso a una serie interminabile di terribili violenze, abusi ed anche aborti provocati con brutalità. È un cammino difficile e faticoso, ma Viola con il suo compagno, un passo alla volta, va avanti. A scoprire una vita con nuovi orizzonti nuovi l’aiuta anche la partecipazione ad alcune attività di ANDREIA. “Ogni volta che una persona riesce con il proprio esempio a rendere consapevole un’altra che emanciparsi è possibile si spezza una maglia delle catene che imprigionano il corpo e la mente delle vittime dei racket” dice Bellomia.

Al progetto, per l’Italia , partecipa anche il Centro Studi Medì, sempre di Genova, insieme ad associazioni e organizzazioni di altri quattro Paesi: MTÜ Eluliin (Estonia), Exilio B. V (Germania), Epeksa (Grecia) e Fundación Red Íncola (Spagna).


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